L’arrivo al villaggio industriale di Crespi D’Adda, dopo alcune peripezie.
Come sempre, di buon ora, si parte dal campeggio di Lenno; come sempre, io e Michele, partiamo un po’ in anticipo. Ci troviamo, a breve, intasati nelle strettoie dietro ad autobus e camion, evadiamo dal traffico con le nostre magre biciclette e acceleriamo in un continuo e provante saliscendi sulle rive del lago, fino a Como. Lì decidiamo, a malincuore, di evitare il passaggio per il santuario di Ghisallo, alla madonna dei ciclisti, troppo in alto e troppo lontano dal nostro itinerario; seguiamo diritti verso Capriate san Gervasio, nel Bergamasco, attraverso le provincie di Monza e Milano.
Il nostro navigatore ci aiuta nel trovare la strada, ma noi, in mezzo ai paesi, riusciamo comunque a perderci. Costretti ad usare l’antica tecnica di orientamento della domanda al passante, troviamo effettivamente una scorciatoia: un sentiero sterrato su un piccolo ponte sopra al fiume Lambro, accessibile solo ai pedoni; scoviamo il passaggio segreto e ci rimettiamo in carreggiata, seguendo di nuovo le indicazioni del fedele navigatore.
Durante il viaggio ci chiama Alessandro: “pronto, è successa una bella merda: abbiamo perso il finestrino”. Nei primi chilometri verso Como, in galleria, il finestrino della “mansarda” sopra la cabina di guida, si è strappato a causa di una chiusura distratta. I due camperisti devono fermarsi a Como, sperando di trovare un pezzo di ricambio in tempi utili. Io e Michele, incapaci di rallentare significativamente il ritmo, arriviamo a Crespi D’Adda in spaventoso anticipo, mentre Alessandro ci avverte con i messaggini sull’evoluzione della situazione: il pezzo c’è, ed è già stato sistemato; adesso partiranno verso di noi.
Nell’attesa facciamo un giro in bici per questo curiosissimo paese, tra le casette operaie accanto alla fabbrica, fino a raggiungere, in fondo al viale, il cimitero, dominato dal grande mausoleo della famiglia Crespi.
Alessandro e Marco ci chiamano ancora: hanno dimenticato di prendere il copri telecamera a Como e adesso devono tornare indietro a prenderlo; erano quasi arrivati. Torniamo ad inizio paese, nell’unico bar, e pranziamo con due gelati sciolti. Tra un gelato e l’altro, il vicino di tavolo, Roberto, da trent’anni a Crespi D’Adda, ci parla del villaggio e della doppia visione dell’opera. Da una parte gli operai potevano godere di tutti i servizi: medico, prete, dopolavoro, istruzione ai figli, manutenzione delle case; dall’altra, il padrone, dall’alto della sua villa-castello, ambiva ad un’organizzazione e controllo assoluti nei confronti dei propri dipendenti. La domanda che sorge è: Crespi D’Adda era un villaggio a misura d’uomo o a misura d’impresa? Naturalmente tenendo conto del periodo nel quale fu costruito.






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