Torniamo in Italia costeggiando il lago di Como.
Di nuovo verso l’Italia. Superiamo l’Engadina, tra laghi e montagne, fino al passo Maloja, dove ci immergiamo nella nebbia, per poi scendere in un groviglio di tornanti. Ci abbassiamo di quota, fino ad arrivare, lentamente, in Italia, spinti dall’inerzia verso il lago di Como.
Arriviamo al campeggio, vicino al lago, con vista sul santuario di Ossuccio. La strada per arrivavi è un largo selciato che si snoda sullo spettacolare affaccio sopra la biforcazione del lago di Como e l’isola Comacina. La costruzione del santuario è abbarbicata sulla terrazza di un declivio boscoso a circa 500 metri sul livello del mare, circondato da ulivi e acacie. Da sotto, il percorso ci incute un po’ di timore per quanto ripido lo intuiamo essere, ma la fatica è stemperata dalle soste che facciamo per ammirare le molte sculture risalenti al 17° secolo, custodite nelle 14 cappelle dedicate al percorso devozionale. Giungiamo in cima un po’ accaldati, e sebbene la fresca penombra dell’unica navata della chiesa ci offra un piacevole ristoro, il barocco dei marmi e dei capitelli a stucco non fa altrettanto con i nostri sguardi, che si muovono curiosi qua e là, un po’ frastornati per la sorpresa di trovare tanta ricchezza in un edificio che si presenta così umile all’esterno.
I Sacri monti furono costruiti a partire dal 1400 in Italia per garantire ai fedeli dei percorsi di pellegrinaggio più sicuri di quelli verso la terra santa. La loro caratteristica comune era quella di essere costruiti in luoghi particolarmente isolati e immersi nella natura. In epoca di controriforma essi assunsero un'altra funzione. Dei Sacri Monti vennero edificati lungo tutto l’arco alpino meridionale a formare una sorta di barriera ideologica per contrastare la spinta protestante.
Fuori dalla chiesa ci fermiamo a chiacchiere con una coppia, Roberta e Ivano. I due ci portano per i sentieri del monte a scoprire nuovi scorci, poi ci invitano a casa, poco sotto il santuario, tra le stradine selciate, infilate tra vecchie mura di pietra. Sul terrazzino ci gonfiano di birra, vino, salame, mandorle e ceci tostati mentre ci raccontano il luogo, i suoi segreti, la sua magia. Dopo l’abbondante aperitivo ci portano ancora in visita al paese e al piccolo molo; fuori dalla chiesa di sant’Andrea, dell’undicesimo secolo, ci mostrano i quattro macabri teschi umani, esposti in bella vista dalla finestra laterale. Andiamo insieme fino al campeggio, dove ci salutiamo calorosamente e ci auguriamo buona fortuna. Nel viaggio cerchiamo anche questo: i luoghi, ma anche le persone; il passato, ma anche il presente.












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